Giuliano Caruso
“Pier Paolo Pasolini: Appunti dall’Altrove”
Relatrice: Prof.ssa Stefania Parigi (Università Roma Tre)
Correlatore: Prof. Leonardo De Franceschi (Università Roma Tre)
Motivazione per l’assegnazione del premio
La tesi di Giuliano Caruso analizza il rapporto tra Pasolini e il Terzo Mondo muovendosi in un ambito intermediale che coinvolge il cinema e la televisione, insieme alla letteratura e al teatro. Al centro della riflessione sono i racconti di viaggio, la sperimentazione di nuove forme di documentarismo in India, Africa e Medio Oriente, la scelta delle ambientazioni nell’adattamento delle tragedie greche, la continua progettualità che accompagna l’esplorazione antropologica pasoliniana di spazi e corpi non ancora omologati dalla civilizzazione e modernizzazione.
Il percorso storico-critico di Caruso si fonda su un’indagine approfondita delle fonti e della bibliografia esistente, rivelando caratteri di originalità nel metodo, nell’interpretazione e nel taglio particolarmente curato e incisivo della scrittura.
Abstract
La tesi ripercorre l’iter di costruzione dello sguardo di Pasolini sul Terzo Mondo, offrendo una rilettura dell’opera letteraria e cinematografica dell’intellettuale friulano alla luce del suo rapporto con l’Oriente.
Nel primo capitolo viene condotta l’analisi degli scritti che, per primi, si radicano su temi e motivi apertamente terzomondisti, esito letterario di alcune esperienze di viaggio condotte nel decennio della sua consacrazione alla settima arte. Il reportage L’odore dell’India (1961), così come tre testi successivi d’ambientazione africana, costituiscono ideali punti d’accesso alle tensioni del pensiero terzomondista dell’intellettuale, oltre che il terreno di coltura dei temi ricorrenti della sua produzione artistica e letteraria. Dal punto periferico del cerchio nel quale, per lo statuto di “opere minori”, vengono collocati questi scritti, si diparte, dunque, un raggio che conduce al centro della poetica dell’autore, ossia il valore che il Meridione – contraltare di un Nord industrializzato – assume nel suo quadro teorico. Si precisa, in seguito, che l'”Africa” pasoliniana non costituisce un’epifania improvvisa, ma segna l’approdo di un itinerario che parte dal mondo contadino e cristiano, si allarga al sottoproletariato urbano fino a comprendere ogni forma di “marginalità”. Tuttavia, sebbene nel ritratto dell’Africa Pasolini riconosca i segni di un possibile riscatto, questa visione convive, nella sua opera, con la categoria perturbante del “preistorico” e del “selvaggio”.
Una volta tracciate le fondamenta teoriche del “sogno africano”, il lavoro prosegue, nel secondo capitolo, a delineare le modalità attraverso cui questa contraddizione riaffiora dall’immagine cinematografica di Pasolini-regista. Il passaggio dalla letteratura al cinema nasce dal desiderio di abbattere il filtro simbolico tra l’artista e il mondo e risponde alla necessità di parlare della realtà con la realtà stessa: il linguaggio cinematografico non è né evocazione, come quello poetico, né imitazione, come quello teatrale. Da questo assunto si ripercorrono le tappe dell’itinerario di Pasolini da scrittore a regista, con particolare interesse per la sceneggiatura di Il padre selvaggio, mai realizzata cinematograficamente, sospesa fra parola scritta e immagine “immaginata”. Seguiranno i lavori filmici che prenderanno il nome di Appunti, banco di prova per l’alfabetizzazione del linguaggio cinematografico e per la necessità di interfacciarsi ai luoghi, dotati di un proprio codice da comprendere, introiettare e nel caso reinventare altrove. A metà strada fra documentario e avanguardia, il regista restituisce un’immagine poliedrica, quasi a brandelli, di un Terzo Mondo brulicante di vita e contraddizioni che maturano all’ombra di un’industrializzazione crescente, sconfinando spesso nel “mito”.
Infine, il terzo capitolo si incentra sull’analisi della filmografia pasoliniana della seconda metà degli anni Sessanta: i due lungometraggi che coniugano Grecia arcaica e Terzo Mondo, dove le “ossessioni” del regista trovano sintesi in film di finzione. In Edipo Re (1967), partendo da una matrice autobiografica, Pasolini mette in scena metaforicamente la condizione dell’umanità del Dopostoria; in Medea (1969) attinge al dramma euripideo per rappresentare l’incontro-scontro fra la sacralità del mondo arcaico e la civiltà moderna.
È in queste due ultime opere, a conclusione di un decennio di ricerca, che si delinea il ritratto dell’intellettuale eretico, sospeso fra una modernità ripudiata e un altrove sempre ricreato e sempre irraggiungibile.
“Pier Paolo Pasolini: Notes from Elsewhere”
The thesis traces the construction of Pasolini’s gaze upon the Third World, offering a reinterpretation of the Friulian intellectual’s literary and cinematic work in light of his relationship with the East.
The first chapter analyzes the writings that first take root in openly Third-Worldist themes, the literary outcome of travel experiences undertaken during the decade of his consecration to the seventh art. The reportage L’odore dell’India (1961), together with three subsequent texts set in Africa, constitute an ideal way into the tensions of the intellectual’s Third-Worldist thought, as well as the breeding ground for the recurring themes of his artistic and literary output. From these writings, relegated to the periphery of the canon as “minor works,” a radius extends toward the center of the author’s poetics: the value that the Meridione, counterpart to an industrialized North, assumes within his theoretical framework. Pasolini’s “Africa” does not constitute a sudden epiphany, but marks the arrival point of an itinerary beginning in the peasant and Christian world and spreading to the urban subproletariat, eventually encompassing every form of “marginality.” However, although it is in his portrait of Africa that Pasolini recognizes signs of a possible redemption, this vision coexists with the unsettling category of the “prehistoric” and the “savage.”
Having laid the theoretical foundations of the “African dream,” the second chapter outlines how this contradiction resurfaces in the cinematic imagery of Pasolini as director. The shift from literature to cinema arises from the desire to break down the symbolic filter between the artist and the world and responds to the need to speak of reality through reality itself: cinematic language is neither evocation, as poetic language is, nor imitation, as theatrical language is. The chapter retraces Pasolini’s path from writer to director, with particular attention to the screenplay for Il padre selvaggio, never brought to the screen, suspended between written word and “imagined” image. These would be followed by the film works taking the name Appunti, a testing ground for developing his cinematic language and for engaging with places, each with its own code to understand, internalize, and — where necessary — reinvent elsewhere. Halfway between documentary and avant-garde, the director renders a fragmentary image of a Third World teeming with life and contradictions maturing in the shadow of growing industrialization, often drifting into the realm of “myth.”
Finally, the third chapter analyzes Pasolini’s filmography from the second half of the 1960s: the two feature films combining archaic Greece and the Third World, where the director’s “obsessions” find synthesis in works of fiction. In Edipo Re (1967), starting from an autobiographical matrix, Pasolini metaphorically stages the condition of humanity after history, the Dopostoria; in Medea (1969) he draws on the Euripidean drama to represent the encounter-clash between the sacredness of the archaic world and modern civilization.
It is in these final two works, at the close of a decade of research, that the portrait of the heretical intellectual comes into sharpest focus — suspended between a repudiated modernity and an elsewhere forever recreated, forever out of reach.
