Silvia Basile
“«Nata da un raggio e da un veleno»: la Fotografia come bisogno, memoria e riscatto sociale”
Relatrice: Prof.ssa Anna Lisa Tota (Università Roma Tre)
Correlatrice: Dr.ssa Lia Luchetti (Università Roma Tre)
Motivazione di assegnazione del premio
La tesi magistrale di Silvia Basile mette a tema, in una prospettiva sociologica, la fotografia come pratica sociale. Il lavoro esplora le questioni connesse agli usi pubblici e sociali della fotografia, con particolare riferimento alle possibili applicazioni della fotografia per promuovere forme alternative di emancipazione e inclusione sociale.
La candidata ha affrontato un tema di grande rilevanza ed attualità (la fotografia come pratica sociale). La tesi è di ottimo livello, ben scritta, argomentata e strutturata. La candidata dimostra grande padronanza dell’argomento, ottima conoscenza dei principali riferimenti teorici, nonché una corretta collocazione del fenomeno da un punto di vista sociale, storico e culturale. La candidata dimostra di far dialogare autori e autrici che hanno affrontato il tema da diverse prospettive. Il risultato è un lavoro in cui si nota un’apprezzabile coerenza concettuale all’interno del testo, con alcune conclusioni analitiche di grande interesse e originalità.
Abstract
Il lavoro di tesi dal titolo «Nata da un raggio e da un veleno»: la Fotografia come bisogno, memoria e riscatto sociale si pone come un’indagine approfondita sulla natura della Fotografia, concepita non soltanto come tecnica o arte, ma come un dispositivo e un fenomeno culturale capace di riflettere e modellare le dinamiche della società. Adottando una prospettiva sociologica, arricchita da spunti e intrecci interdisciplinari, l’elaborato esplora il potenziale della Fotografia come linguaggio visivo che, attraverso le sue molteplici declinazioni, partecipa attivamente delle esperienze individuali e collettive che riguardano da vicino la costruzione identitaria e le modalità della memoria. L’obiettivo è tracciare una Storia sociale della Fotografia che si distacchi dai tradizionali approcci centrati sui grandi maestri e sulle opere canoniche, per abbracciare una narrazione che restituisca centralità alle persone comuni, agli amatori e ai soggetti che della società abitano i margini. Attraverso una disamina critica e documentata, la tesi rivela come la Fotografia sia stata non solo uno specchio della realtà, ma un potente strumento capace di disvelare, trasformare e risignificare l’immaginario collettivo. Essa emerge come un medium democratico, che ha offerto e offre a tutti — senza distinzione alcuna di classe, genere o cultura — l’opportunità di scrivere auto-narrazioni e contro-narrazioni in prima persona. L’elaborato si articola in tre capitoli. Il primo indaga la simbiosi tra Fotografia e società, ponendo in evidenza come questo strumento appartenga a un’archeologia dei media e come questi non sia mai stato neutrale ma abbia costantemente influenzato e condizionato le modalità di vedere e vivere il mondo. La seconda parte si concentra sul rapporto tra Fotografia e memoria, analizzando come l’immagine fotografica non solo serva da compendio del passato, ma lo plasmi e talvolta lo rielabori, creando una dimensione memoriale che è, al contempo, personale e collettiva. Il terzo capitolo, infine, esplora il ruolo della Fotografia nella rappresentazione dell’alterità e le sue implicazioni, con particolare attenzione a due casi studio significativi: il progetto “Di Lei” di Simona Filippini, che ha coinvolto un gruppo di donne migranti impiegate in Italia come collaboratrici domestiche nell’atto di autorappresentarsi attraverso il medium fotografico, e il lavoro — raccontato per parole e immagini nel volume “Everyday Shoes” — di Guido Gazzilli, il quale ha trasformato la Fotografia in un veicolo di riabilitazione e consapevolezza per i detenuti delle carceri italiane. Il risultato finale è una riflessione sul ritorno della Fotografia alla sua dimensione originaria: la società. Qui il medium, liberato dalle sovrastrutture celebrative e dai paradigmi elitari, riconquista il suo ruolo di artefatto culturale essenziale, capace di agire come lente interpretativa e dispositivo trasformativo. Guardare alla Fotografia significa dunque tornare a interrogare il sociale, riscoprendo in essa non solo un mezzo per documentare il reale, ma anche un atto poetico e politico, in grado di generare nuovi orizzonti di senso e di inclusione.
“«Nata da un raggio e da un veleno»: Photography as Need, Memory, and Social Redemption”
This thesis, titled «Nata da un raggio e da un veleno»: Photography as Need, Memory, and Social Redemption, offers an in-depth inquiry into the nature of photography, understood not merely as a technique or an art form but as a cultural device and phenomenon that both reflects and shapes the dynamics of society. Drawing on a sociological perspective enriched by interdisciplinary insights, the thesis explores photography’s potential as a visual language that, through its many forms, actively participates in the individual and collective experiences bound up with identity-building and the workings of memory. The aim is to trace a social history of photography that moves away from the traditional focus on great masters and canonical works, embracing instead a narrative that restores centrality to ordinary people, amateurs, and those who inhabit society’s margins. Through critical and well-documented analysis, the thesis shows how photography has been not only a mirror of reality but a powerful tool capable of unveiling, transforming, and reshaping the collective imagination. It emerges as a democratic medium, one that has offered — and continues to offer — everyone, regardless of class, gender, or culture, the chance to write first-person self-narratives and counter-narratives. The thesis is organized into three chapters. The first examines the symbiosis between photography and society, showing how this medium belongs to a broader archaeology of media and has never been neutral, but has constantly shaped and conditioned the ways we see and inhabit the world. The second chapter focuses on the relationship between photography and memory, analyzing how the photographic image does not simply record the past but shapes and at times reworks it, generating a memorial dimension that is at once personal and collective. The third chapter explores photography’s role in representing otherness, focusing on two significant case studies: Simona Filippini’s project “Di Lei,” which involved a group of migrant women working in Italy as domestic caregivers in the act of self-representation through photography, and the work of Guido Gazzilli — told through words and images in the volume “Everyday Shoes” — who turned photography into a vehicle for rehabilitation and self-awareness among inmates in Italian prisons. The thesis concludes with a reflection on photography’s return to its original dimension: society itself. Freed from celebratory frameworks and elitist paradigms, the medium reclaims its role as an essential cultural artifact, capable of functioning as both an interpretive lens and a transformative device. To look at photography, then, is to return to questioning the social — rediscovering in it not only a means of documenting reality, but also a poetic and political act, capable of generating new horizons of meaning and inclusion.
